Chi sono
Complesso, intricato, sciolto come lettere su un termosifone. Se i libri coccolano il mio pensiero, l'arte è quello che lo in-forma. Importante è che produca emozioni, che sia fatto di inchiostro, di vernice o di luce. Introspettivo come un microscopio, preferisco alzare lo sguardo come un telescopio, ma guardo la gente senza occhiali. Odio i filtri, tranne quelli che aprono, ogni tanto, qualche "oblò" (non le porte, per carità ) della percezione. E' un blog di coscienza e la mia non ha un dato anagrafico: per questo rifuggo da qualsiasi definizione personale e anagrafica. E' il mio piccolo moleskine virtuale
letteratura
Fedor Dostoevskij, John Fante, Chuck Palahniuk, Edgar Allan Poe, Irvine Welsh, H.P. Lovecraft, Henry Miller, Ernest Hemingway, J.T. Leroy, Stendhal
cinema
Stanley Kubrick, Luis Bunuel, Francois Truffaut, Woody Allrn, Federico Fellini, Jim Jarmusch, Pier Paolo Pasolini, Terry Gilliam, Dalton Trumbo, Ingmar Bergman, Kim Ki Duk, Park Chan Wok
musica
Beethoven, Badly Drawn Boy, Nick Drake, The Doors, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Kings of Leon, Kasabian, Pink Floyd, Franz Ferdinand, Strokes, Velvet Underground e tutto ciò che è rock
art
Caravaggio, Keith Haring, Basquiat, Frida Kahlo, Van Gogh
i libri di questo periodo
Fante - La Grande Fame; Pasolini - Scritti Corsari; Russell - Il mio pensiero; Dostoevskij - Memorie dal sottosuolo; Nabokov - Lolita; Hesse - Francesco D'Assisi; Fenoglio - Il partigiano Johnny; Marquez - Cent'anni di solitudine; Morante - L'isola di arturo; Celine - Rigodon; Vonnegut - Madre Notte; Hesse - Il gioco delle perle di vetro;
sabato, 30 maggio 2009
flap
Involuzioni, evoluzioni, emolumenti,
lamenti, cari e sentiti ringraziamenti.
Le nuvole si affastellano, litigano,
digrignano i denti mentre si abbracciano.
Se gli sguardi fuggono,
le ore fagocitano le emozioni,
rimorsi come canzoni.
<<Amica mia sorella speranza
quello che vuoi sentire io nn ti dirò
quello che voglio non sentirò
quello che c'è dietro l'indifferenza>>.
Ogni parola è guadagnata,
la vita passata pesa,
ma teme di essere obliterata.
Fumi, fame di sintomi
a priori e posteriori.
Se lo vuoi, dipingimi:
posso pure prestarti i colori.
postato da scalamacai alle 13:47
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xi bold one
mercoledì, 11 marzo 2009
non si sa se sì (2)
Fu il vento a svegliarlo.
Le nuvole si addensavano nella foschia, strozzando quei pochi raggi di sole che riuscivano a divincolarsi.
Quando aprì gli occhi, pur ritrovandosi nella stessa posizione, scrutò nuovamente le strade che si separavano davanti a lui: le auto erano aumentate considerevolmente, il loro rumore sembrava aver zittito le cicale.
Persino l'aria non aveva più lo stesso odore di quella che respirava sul far della mattino.
Il vento gli scompigliava i capelli, ma fu il ronzio di una libellula che gli sorvolò la spalla ad attrarre la sua attenzione: un brivido lungo la schiena lo fece ritrarre spaventato.
Tuttavia, il modo con cui la libellula continuò il suo volo lo affascinò.
Il suo procedere ondulato, apparentemente illogico, imprevedibile, sembrava serbasse una sua segreta armonia. L'insetto sembrava andasse alla ricerca di qualcosa.
- Sta esplorando... - pronunciò sottovoce.
La inseguì correndo lungo il viottolo scosceso.
Il rumore delle automobili non sembrava più dargli fastidio.
postato da scalamacai alle 16:02
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non si sa se sì
domenica, 01 marzo 2009
In un batter d'occhi
A volte l'inverno può bruciare più di un'assolata giornata estiva.
Bramavo il tepore di un tiepido focolare, seduto su una vecchia poltrona con le gambe distese su uno sgabello di legno.
Tenevo il libro poggiato sullo stomaco, e le mie mani, che stringevano la copertina, erano ormai le ultime parti del mio corpo ad avvertire il calore che un vecchio camino in muratura promanava.
Le restoppie ormai sfrigolavano, ma il suo sguardo che scendeva dall'alto fu capace di interrompere la mia lettura. Dal riflesso sulla finestra notai che mi guardava spaventata, sembrava quasi stesse scappando da qualcuno, forse da qualcosa.
Rimaneva lì, davanti alle mie gambe nude poggiate sul tavolo, ma inizialmente finsi indifferenza: il suo arrivo non sembrava stupirmi più di tanto, forse perché ero stato io ad organizzarlo, io a permettere che un finto pericolo potesse condurla davanti a me.
Avevo scelto di governare la casualità delle nostre vite per dominarne gli eventi, impotente di fronte al loro normale corso.
Nessuna parola uscì dalle nostre bocche, ma iniziavo ad intuire che stesse cominciando a sospettare qualcosa: un sorriso accennato sembrava infatti tirarmi per i capelli, e spingermi a guardarla per la prima volta, a celebrare la sua bellezza.
Adesso sorrideva, ne ero certo, e il suo sguardo aveva perso quel carattere timoroso per assumerne uno più fiero, quasi malizioso.
Il momento meno propizio si ergeva a scena madre.
Si sedette accanto a me, e continuò a non proferire parola, sebbene nessuno sentisse la mancanza di un dialogo: troppe erano state le parole spese, troppi i desideri sparati in aria come fuochi d'artificio che si infiammano nell'ascesa per morire, vergini nella loro autocombustione, nella discesa.
Io continuavo a leggere, o a fingere di farlo.
Rimanemmo in quello stato, ma anche io avevo cominciato a sorridere.
Fu quello il primo momento in cui, quella sera, le nostre azioni si congiunsero l'una sull'altra come lunghe ciglia.
La mia immobilità vacillò quando si decise a poggiare la sua mano sulla mia gamba, ma quel movimento esprimeva tutt'altro che leggiadrìa: quel gesto sembrava esprimere possesso, e il possesso curiosità, quando, indagatrice, la mano iniziò a solleticarmi all'altezza del ventre, nascondendosi dietro la copertina dei miei "Racconti di Canterbury".
La mia messinscena peccava ormai di realismo, mascherata di un'indifferenza bugiarda.
Continuò a giocare in quel modo, e, quando i miei occhi smisero di inseguire le parole del testo, sforzandosi di ignorarla, presi il sopravvento.
Adesso era lei a negarmi l'attenzione che volevo: teneva il capo reclinato offrendomi le guance.
La distesi sul divano e, alzando lentamente la sua gonna, comincia a baciarla.
Sorrideva tenendo le labbra strette.
Non trascurai che poche parti del suo corpo, e mentre la stringevo continuavo a cercare i suoi occhi.
Quegli occhi che poco prima sembravano sfidarmi adesso mi sfuggivano, socchiusi, intenti nella loro ricerca del piacere.
Erano così i suoi occhi che questa volta non si abbandonavano ai miei: i nostri sguardi continuavano a non incontrarsi nella realtà per infrangersi, l'uno nell'altro, nel sogno, che però aveva adesso i contorni dell'eccitazione.
Stringeva la mia mano contro la sua quasi facendola percuotere dai battiti del suo cuore, veloce come i miei baci.
Anche le mie labbra, salendo verso il suo viso, avvertirono quei ritmi forsennati.
Raggiunsi le sue labbra.
Quando quelle lughe ciglia decisero nuovamente di congiungersi ci guardammo per la prima volta.
postato da scalamacai alle 00:36
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virgole
domenica, 08 febbraio 2009
ritorno a roquentin mountain
Non ho fame. Un ukulele mi culla un pò ma poi mi distraggo e sistemo il letto.
C'è puzza di chiuso e non ho intenzione di aprire, e non ho intenzione di aprirmi.
Antistrofico, catastrofico.
Non ho nausea ma non sto neanche benissimo, persino scrivere mi viene pesante. Persino.
Non è scrivere il problema, ma decidere come scriverlo.
No, forse invece è cosa scrivere.
Eppure l'altra volta leggevo che Pamuk ha consigliato di scrivere delle proprie ferite.
Bene. Non ho ferite recenti, forse qualche graffio. Ricordo che a undici anni feci la cernita delle mie ferite.
Solo nelle due gambe ne avevo circa 15.
Asmatici pleonasmi...
Solo qualche anno dopo cominciai a contare altri tipi di ferite.
Le cosiddette ferite involontarie, quelle cagionate da altri.
Cagionate. C'è un interruttore per il linguaggio giuridico nel cervello?
Quelle volontarie sono le più divertenti.
Qualcuno si è già inventato l'eumasochismo?
Fa molto iochevivofinoallultimorespiro, ma amo provocare eventi che mi sconvolgono il quieto vivere.
Sono io a orchestrarli e mi spingo a viverli come se fossero casuali.
Altrimenti il problema di cosa scrivere riemergerebbe sempre.
La cosa su cui però devo ancora allenarmi è evitare di calarmi troppo nella parte.
Stanislavskij sarebbe contento. Peccato non sia teatro.
Peccato non vada ai teatri.
Maledetto io e la mia voglia di organizzare tutto.
Sono vittima di me stesso.
Adesso sono io che puzzo. L'odore è quello che stantio di un testo poco ispirato.
Un testo poco ispirato può avere un odore?
Prosopopeizziamo?
Maledetto il mio stile retorico.
Il libero arbitrio nuoce gravemente alla salute.
Anche l'alcool, ma non scrivetelo nelle bottiglie.
postato da scalamacai alle 20:32
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sock
domenica, 01 febbraio 2009
Dialego
- Spero che stavolta non penserai che sia autobiografico... -
- Visto il tuo ego dovresti dire agiografico. -
- Prima che lei me ne parlasse non avevo mai riflettuto sul mio ego. -
- Forse perché fino a quel momento avevi riflettuto solo sui tuoi ego. -
- Probabile, ma mai in termini agiografici. E per nessuno dei due, o dei tre. -
- Infatti lo sviluppi per quantità, non per qualità. -
- Oddio, per almeno uno di essi è quasi irritante. E'...presunzione... -
- O è quella che tu vorresti che fosse. In fondo non sei molto realistico -
- Non ho mai cercato il realismo. La realtà l'ho sempre combattuta -
- E' il tuo modo per dire che l'hai sempre temuta? -
- Puoi temere veramente qualcosa che tendi a sottostimare? -
- E' il tuo modo per dire che ne hai paura? -
- ... -
- Ne ero certo. Ho sempre pensato che fossi un vigliacco. -
- Ciò non impedisce che anche in questo caso abbia lottato per non esserlo. -
- Quante volte hai vinto? -
- Poche. E anche quando ho vinto ho pensato che non fosse merito mio -
- Eppure hai sempre dato poco valore agli altri. -
- Tendo a sottovalutarli. Forse sì, è il mio ego...ma...penso che sia una forma di rassicurazione. Come una... masturbazione. -
- Mmm non penso. Non c'è un'ansia da prestazione nella masturbazione. -
- Ahahaha. Intendi dire che non si avvertono le umiliazioni? -
- No. Che non puoi auto-deluderti. -
- ...Quindi tu dici che l'ego...finisci per conoscerlo talmente bene da ignorarlo per permettere che cresca... -
- Ma solo quando sei abbastanza intelligente per svuotarlo. -
- E se poi lo riempissi a mio piacimento? -
- Ricordi quel film? Tu sei solo quello che vuoi essere. -
- Quando dici così ricomincio ad amarti. -
- Mettiti quel cazzo di rossetto e corri. -
All'interno del bagno l'aria era stantia.
Inserendo lo specchietto in borsa si ruppe un'unghia.
Il rumore dei tacchi lontani risuonavano come dei battiti cardiaci accelerati.
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racconti
domenica, 25 gennaio 2009
Non si sa se sì (1)
La sera sbadigliando si vestì di freddo.
Lo stridere del cancello che si chiudeva fu azzittito da un leggero frinire lontano, ma in fondo era il vento a suggerire le note di quella notte di fine estate.
Con gli occhi che fendevano l'oscurità si mosse proseguendo dritto lungo quella strada sterrata, ma solo dopo essersi rassicurato che anche a casa le discussioni di quella serata fossero state rinviate al giorno successivo. Fino a pochi minuti prima voci aggressive avevano violato la sua stanza e lo avevano stretto al suo letto, costringendolo a rinviare, seppur per pochi minuti, il distacco.
Contava di essere già lontano quando le prime luci del mattino avessero concesso ai contendenti nuovi argomenti di lotta.
Il profumo dei vitigni sembrò fargli compagnia lungo quei primi passi, e un pò lo fece tornare all'epoca della sua infanzia, quando sua nonna, per inseguirlo nei campi appena arati, affondava i piedi nella terra.
Le sue voci che usavano chiamarlo per il pranzo erano calde come le estati di quegli anni e il loro rimanere inascoltate le faceva rimanere sospese nell'aria, come foglie.
Un leggero magone sembrò strozzarlo per pochi istanti, forse perché non si era ancora abituato a lasciare quegli anni dietro le sue spalle. Sopra di lui il cielo era avaro di stelle, e nuvole temporalesche sembravano accorrere verso l'orizzonte. Si ricordò di non aver portato con sè nè ombrelli nè vestiti di ricambio, ma la scelta di allontanarsi da casa era stata istintiva così come istintive erano sempre state le sue decisioni.
<< Meglio non voltarsi >> disse ad alta voce quando ormai non poteva sentirlo più nessuno, e fu in quel momento che per la prima volta si sentì veramente solo.
Lo sforzo per non pensare era la fatica più difficile a cui in quel momento doveva far fronte.
La strada sembrava stendersi sotto i suoi passi come lo scivolare della pasta lungo il mattarello.
Cominciava a stancarsi e lo zaino che si aggrappava alla sua schiena di certo non sembrava aiutarlo nel suo cammino. Il sonno sembrò vincerlo e per qualche istante ebbe la tentazione di accucciarsi e addormentarsi, così, proprio nei pressi dell'asfalto.
Riuscì a resistere solo perché sapeva che non poteva permettersi soste: bisogna allontanarsi dalla propria vita per decidere compiutamente su di essa.
Proseguì fino a quando la strada che aveva guidato il suo cammino gli impose la scelta di proseguire lungo la stessa o deviare per un viottolo di campagna che proseguiva scosceso.
La sua insicurezza lo fece barcollare, il sonno lo rendeva nervoso e all'orizzonte le luci del mattino non volevano aiutarlo: la strada asfaltata sembrava proseguire sicura e dritta, qualche automobile in lontananza sembrava invitarlo a sonni tranquilli e ad un più rapido raggiungimento della sua destinazione, qualunque essa fosse. Il viottolo, stretto e polveroso, finiva per perdersi nel verde lontano.
Guardò a sinistra, poi a destra, di nuovo a sinistra, infine indietro.
Si distese e si addormentò.
postato da scalamacai alle 20:42
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non si sa se sì
mercoledì, 17 ottobre 2007
gimnopedia in blu
"I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio dove per semplicità li collochiamo. Essi non erano che una parte esigua del complesso di sensazioni confinanti che formavano la nostra vita d'allora; il ricordo d'una certa immagine non è che il rimpianto d'un certo istante; e le case, le strade, i viali sono, ahimè, fugaci come gli anni"
Marcel Proust, Dalla Parte di Swann
Esco dalla metropolitana ed emergo dalla bolgia per affacciarmi su Union Square. Formiche con le borse di pelle nera sciamano lungo la via alla ricerca del loro taxi, troppe luci si contendono il primato di illuminare gli alberi che contornano la piazza.
Alcuni ragazzi sono seduti sulle spalliere delle panchine, dei giocolieri lanciano troppo in alto le loro clavette, confondendo i loro bagliori con quelle poche stelle in via d'estinzione.
Non c'è nessun sottofondo di Gershwin, forse poteva sentirlo solo Woody Allen quando gli capitava di affacciarsi sull'Hudson, io al massimo sento un sottofondo metallico che urla dal centro Virgin.
Sono le otto di sera e in Italia le due del pomeriggio, ho assorbito il jet lag e non ho particolarmente fame. All'entrata del mega store non c'è ancora nessuno, decido di curiosare di nuovo all'interno, magari questa volta per comprare quegli stampini che imprimono sui toast l'immagine della Madonna.
Così, per ridere un pò. Costano dodici dollari e non ne (ri)vale la pena.
Esco e ti vedo, come non ti vedevo da 3 anni. Non sembri particolarmente stupita di vedermi, io lo sarei, ma per non lasciarti intuire qualcosa mostro una indifferenza solo leggermente scossa dal piacere di incontrare una vecchia amica, come se non fosse così strano incontrarti per la terza volta nel terzo posto differente, ma nell'arco di una vita. Indossi un'ampia gonna bianca e dei sandali, fumi una marlboro rossa che - dici - vale quanto una marlboro light in Italia. Ne offri una anche a me, dopo averla fumata la butto in un cassonetto e ti stupisci del mio ecologismo.
Fa caldo ma una leggera brezza mi consola dall'aver scelto una camicia.
Esco e all'uscita ci sono solo due barboni che si coprono con del cartone da imballaggio.
Li guardo con quel pietismo che odio perchè inutile, così che cerco subito di dissimularlo nell'ancor peggiore indifferenza.
Spesso gli altri sono resi invisibili dal desiderio di rendere invisibile un'emozione di cui ci vergogniamo.
Uno dei due indossa dei pantaloni di tuta con dei vistosi buchi all'altezza dei polpacci, fuma delle cicche che presumibilmente avrà trovato ai bordi della strada, forse proprio quella che ho lanciato prima di entrare, facendole fare un doppio carpiato. Fa freddo e mi pento di essere uscito senza un giubbotto.
Mi racconti delle tue interviste a williamsburg, del pomeriggio al PS1, del rock in quel locale vicino il campus, della prossima permanenza in Canada e del tuo litigio con quello che non era il tuo ragazzo ma in fondo era qualcosa di più, così neanche ce ne accorgiamo e ci ritroviamo davanti la Public Library.
Due sconosciuti ci fermano e si mettono a parlare con noi perchè avevano sentito che conversavamo in italiano, e gli Italiani sono sempre simpatici.
Dicono che il tuo nome è molto bello, il mio neanche lo capiscono.
Mi muovo a piccoli passi ascoltando le radio che miagolano accanto a me, sfiorandomi lungo Park Avenue. Uno dei televisori nella vetrina di un negozio di elettronica trasmette un documentario sul Canada, dall'interno straborda ancora una volta musica heavy metal, ma scopro che su Google Earth è possibile rintracciare, a sud est dello Stato di Alberta, un terreno roccioso che dà forma al profilo di un pellerossa.
Incontro due turisti che mi chiedono una foto, io continuo dritto.
Arrivo fino all'Empire, e piego il collo fino ad osservarne la cima, che sembra pungere il cielo.
Non sentirò il clarinetto di Gershwin, ma sforzandomi riesco a sentire la prima gymnopedie di Satie.
Sorrido perchè credevo fosse triste, invece è solo malinconica.
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virgole
mercoledì, 10 ottobre 2007
sacro e profani
La sincronizzazione dei movimenti era il mio cruccio principale da quando mia madre mi aveva convinto a servire la messa la domenica come chierichetto.
Ultimo di un nutrito gruppo di servizievoli figure che si abbarbicavano attorno ad un sacerdote capace di raccoglierne intorno a sè ben cinque e di erigerle come cariatidi durante la stessa celebrazione, pagavo agli altri l'inesperienza e il totale disinteresse con cui realizzavo le mie consegne, indifferenza verso un ruolo a cui mi sentivo più che altro costretto per compiacere il prelato, don Pino: il caso voleva che non solo lui fosse il vicepreside della scuola, ma che anche quel semestre avessi sette in condotta e rischiassi la bocciatura.
Non c'era una scuola per chierichetti (per fortuna), così che la dura arte mi veniva impartita in brevi didascalie da parte del celebrante prima dell'inizio della messa e, in maniera del tutto più informale, dai miei colleghi: se il primo si limitava a raccomandarmi di venire puntuale, di non indossare pantaloncini corti, di sistemarmi i capelli, i secondi andavano più per il sottile, consigliandomi di non fornire mai l'acqua prima del vino, di non toccarmi nelle due ore precedenti il rito domenicale (cosa che non capii mai fino in fondo), ma soprattutto di alzarmi contemporaneamente al sacerdote dopo la breve pausa dell'omelia o della Comunione: qui venivano i problemi, perchè per un modo o nell'altro finivo sempre per distrarmi proprio in quei momenti in cui avrei dovuto stare all'erta per captare anche un singolo movimento altrui e quindi, immancabilmente, seguirlo.
Capitava così che tutti, meno che me, si alzassero in contemporanea al don.
Ricordo che una volta mi distrassi per legarmi le scarpe.
Un'altra volta ancora per parlare con mia madre che a gesti mi indicava di sistemarmi i capelli.
Un'altra volta per guardare una vecchia in terza fila che non aveva sopracciglia e, artisticamente, se le era tracciate da sola.
Ero distratto, troppo distratto, e la condanna mi obbligava ad occupare il posto più defilato nella schiera di giovani arcangeli che facevano da corona intorno al canuto don Pino.
Ricordo ancora uno dei suggerimenti che un giorno mi diede Alessandro, il capo chierichetto, il quale nella mia classe era considerato alla stregua di uno scemo del villaggio ma che si ammantava - probabilmente per anzianità - di un ruolo di leader tra noi imberbi uomini di chiesa: <<don Pino non sopporta si entri in sagrestia durante la svestizione, quindi, se vuoi evitare che ti prenda per un orecchio, ti conviene toglierti 'sta tunica nel retro>>.
I consigli riuscivo a seguirli tutti, sebbene continuavo a non ritrovarmi mai sincronizzato: anzi, sembrava che neanche capissi cosa significasse in meccanica il termine "sincronizzazione".
Non fu per molto che tentai la carriera all'interno dei servitori di messa, ma ricordo esattamente il momento in cui capii cosa significava muoversi in sincrono, e di certo non fu durante la gara di nuoto delle Olimpiadi di quello stesso anno.
Quel giorno ero forse ancora più distratto del solito, la notte avevo avuto i crampi allo stomaco e assommavo poche ore di sonno.
Ovviamente nei momenti topici dimenticai di alzarmi, di sedermi, dimenticai anche di fornire l'acqua prima del vino e di sistemarmi quei benedetti capelli, ma, soprattutto, dimenticai di non entrare in sagrestia dopo la messa.
Con le palpebre che a mala pena si reggevano entrai sbadatamente nel feudo di don Pino, il quale, dandomi le spalle, muoveva il bacino sbattendolo freneticamente sui glutei della madre di Alessandro, che, con le mani appoggiate ad una delle mensole, ancheggiava a sua volta con una certa armonia incontrando così i colpi che le venivano inferti alle spalle.
I due si muovevano in perfetta sincronia.
Io quell'anno fui bocciato.
postato da scalamacai alle 00:12
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virgole
sabato, 01 settembre 2007
nascita di un giglio
Noi bambini correvamo dietro al gatto mentre le donne, chiuse in cucina, festeggiavano il loro sabba culinario armeggiando intorno a un pentolone pieno di salsa.
- Abbiamo fame! - tuonò una voce dal soggiorno.
Io raggiunsi il gruppo dei maschi, abbandonando i bambini al loro destino.
Mi sedetti proprio accanto allo zio Michele, o Michael, come si faceva chiamare nel sobborgo di Detroit in cui viveva: non tornava in Italia da cinque anni e aspettava con ansia il polpettone, sebbene mi chiedessi come si potesse avere nostalgia di un piatto simile.
- Chiss' all' America mi lu sugnu - rispose ai miei pensieri quando, interminabili minuti dopo, avvenne l'epifania di quel tronco di carne bronzea.
Il tavolo era gremito e i maschi della famiglia quasi si intralciavano nell'impugnare quei due grossi fiaschi di vino che troneggiavano sulla tavola.
Lo zio Diego, con uno stecchino in bocca, era assorto sul suo cruciverba a schema libero mentre Franco, il fidanzato di sua figlia, cercava una battuta sagace agli aneddoti di Michele, per conquistare il suocero.
Nonno Vincenzo si doleva per la sciatica e Carlo, l'unico che con la mia famiglia non c'entrava niente, continuava ad asciugarsi con un fazzoletto di seta la fronte grondante di sudore.
C'era caldo ed ero piuttosto affannato da quei giochi estivi, ma mi annoiai presto a far parte di quella tavola rotonda.
- Chiddra era accussì, salamabitch - il gergo di Michele era l'incontro del dialetto del borgo di quaranta anni fa con lo slang della sua giovane little sicily.
- Si puittava tutti a sò casa, e ci vinniu puru u liettu di me matri, paci all'anima sua, pi faccariccilla! -
I maschi ridevano, io non capivo granchè.
- Ma non era sposata? - chiedeva Diego, abbandonando il cruciverba e con lo stecchino rizzato.
- A mmia lu rici! - esplodeva allora Michele, invasato nei suoi cachinni.
Il vino terminò per le seconda volta, cosi che gli schiamazzi furono interrotti da un nuovo "Abbiamo fame!", che bombardò la cucina come un gong.
Mi alzai e raggiunsi le donne, magari avrei trovato qualcosa da masticare.
In quel periodo amavo il pecorino.
Mi fermai a inquadrarle mentre armeggiavano tra pentole e scolapasta, mestoli e coltellacci.
Ero affascinato dai rituali che si che si ripetevano davanti a me, e persino il loro vociare mi ricordavava le litanie della messa della domenica: se non fosse stato per la zia Marisa che sghignazzava ripetutamente avrei addirittura pensato che pregassero.
Non riuscivo neanche lì a seguire i loro discorsi, pieni di Alfrego, Giacomo, Stefano, Pietro e Giuseppe.
Mi cacciarono quando aprii il frigorifero.
- Poi la pasta me la mangio io? - mi chiese, retoricamente, la zia Tina.
Mi allontanai di nuovo, snobbando gli altri bambini: di mattina avevo quasi impiccato il gatto e non volevo rischiare altri scappellotti.
Tornando di nuovo in soggiorno ricordo passai dal corridoio, ma mi fermai davanti a uno specchio: avevo dei baffetti leggeri come ciglia e non me n'ero neanche accorto.
postato da scalamacai alle 23:48
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